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Il compito di Dio

  • Immagine del redattore: Antonio Pizzola
    Antonio Pizzola
  • 25 ago 2013
  • Tempo di lettura: 4 min

Roberto, un mio amico, è convinto che il nostro mondo sia il compito di applicazioni tecniche di Dio riuscito male. A primo acchito parrebbe assurdo ma, riflettendoci, se Einstein aveva ragione e se per la sua teoria della relatività il nostro fosse solo uno degli infiniti universi possibili, fra i tanti ce ne sarebbe necessariamente almeno uno in cui le cose vanno come dice Roberto. Nel suo olimpo di creatori di mondi, il Nostro lavora incessantemente e ostinatamente alla sua opera art and craft - che siamo noi - senza riuscire a capacitarsi di dove sia il bug che intoppa il processo. Avrà riletto miliardi di volte le istruzioni senza trovare la ragione per cui ogni volta noi esserini umani torniamo sugli stessi errori, come i primi robottini giocattolo telecomandati che insistevano compulsivamente davanti a un ostacolo, continuando a incocciare sul battiscopa.

Francesco, altro mio amico, invece ha un hobby strano. Alleva formiche. Ha costruito un’arnia seguendo attentamente le istruzioni disponibili su web. Ha catturato un esemplare regina, l’ha infilato nella cella predisposta e passa parte del suo tempo libero ad osservarne i movimenti.

Ha imparato che le piccole formiche si adoperano, ingegnandosi come e meglio degli umani, a portare il nutrimento alle larve e alla regina, intenta nella sua cella protetta a produrre uova per intere generazioni. Ha osservato che il cibo che mette nella vaschetta verrà rinvenuto da una formichetta esploratrice che correrà ad avvertire le operaie perché accorrano in gruppo e si organizzino, a circolo attorno al cibo, su come e chi fra loro dovrà prendersi la gobba del trasporto nei magazzini.

Ormai l’arnia è già un perfetto formicaio, con i suoi percorsi, le affollate cellette comuni delle operaie, il magazzino delle provviste, la discarica dei rifiuti, perfino il cimitero per le dipartite, tutto sistematicamente organizzato perché la macchina giri perpetrando la specie nei millenni.

Una volta - mi ha raccontato Francesco - ha sbadatamente rovesciato una tazzina di caffè sull’arnia, provocando uno tsunami che dal condotto principale ha inondato le celle, trascinando con sé centinaia di povere vittime innocenti. Non è dato sapere se le laboriose formichine abbiano preso consapevolezza del diluvio involontario, se le sopravvissute ne conservino memoria, se si siano chieste la ragione di un gesto apparentemente tanto malvagio -visto che la sbadataggine nel loro universo non è contemplata- e soprattutto se abbiano mai imputato la disgrazia a quell’enorme essere allevatore che, dopo averle provviste di arnia e cibo, le guarda dal cielo lontano con gigantesco occhio curioso. Se avessero consapevolezza del loro allevatorone lo pregherebbero di avere cura di loro e soprattutto di prestare attenzione in futuro ad armeggiare con tazzine bollenti vicino la loro arnia.

Probabilmente l’universo possibile di Francesco, per il principio degli universi a matrioske, contemplerà noi umani come formichine nell’arnia apparecchiataci da un dio che, all’inizio dei tempi, impiantò due pupe di nome Adamo ed Eva per popolare il suo passatempo. Che mostrerà orgoglioso agli ospiti a cena, indicando loro il mappamondo roteante sospeso in soggiorno con le sue minuscole macchinette nell’ora di punta, le metropoline illuminate, le barchette nel mare, i missiletti terra aria nelle guerre notturne.

Con i suoi ospiti il Grande Allevatore starà scommettendo sul destino che ci riserverà il libero arbitrio, l’immateriale antievolutiva coscienza collettiva che è il vero bug del nostro sistema.

Ci riflettevo giorni fa nella mia breve degenza da influenza gastrointestinale. Durante i picchi di febbre mi lasciavo andare a elucubrazioni sugli infiniti universi, mentre nel mio corpo debilitato un intero universo monocellulare si agitava convulso. Batteri voraci di infiammazioni erano penetrati nel mio essere attivando l’allarme degli anticorpi, che stavano accorrendo in forze per dare cruenta battaglia antibiotica ai corpi estranei e riportare l’enorme termometrone sotto la mia ascella a 37 gradi esatti. Mentre io, nel frattempo, per rinvigorire l’esercito di microrganismi in mia difesa, assumevo molecole di proteine in compresse effervescenti, senza che né avessi contezza delle sorti della guerra in corso, né i miei minuscoli difensori delle mie iniziative.

Loro nel loro microscopico universo rosso di guerra cruenta a rischiare la loro vita monocellulare per la mia salute, e io nell’enorme lettone del mio olimpo a lamentarmi di dolore, in attesa che l’antibiotico, come una nuvola di napalm, sterminasse batteri e anticorpi, lasciando un campo di cadaveri da espellere nel vuccì in serata. Seduto sul quale, nel mio delirio febbricitante ho dedotto che fra i tanti infiniti universi possibili, in questo non siamo formiche, non compiti di applicazione tecniche riusciti male ma virus e anticorpi, microcellule che si agitano nel corpo di un abitante un qualche olimpo sparso nell’infinito, a fargli salire e scendere la febbre.

Che, seppure non abbia coscienza diretta delle nostre microscopiche attività, tiene ai migliori fra noi che mandano avanti la baracca ed è avverso e nemico, e pure un po’ incazzato, con i virus più pirulenti. Che un giorno, prima o poi, finirà nel giudizio universale della proteina antibiotica, l’Antivirus impiantato nel nostro universucolo che si sacrificherà per salvare gli anticorpi e sconfiggere i virus del male.

Sarebbe un universo confortante quello in cui si capirebbe una ragione altrimenti insondabile alla nostra esistenza, al perché i batteri conducono sempre il gioco portandoci al massacro e gli anticorpi non riescono ad avere la meglio senza un’iniezione di proteine da qualche orifizio superiore. Pregheremmo il nostro Grande Ospite, se riuscissimo a comunicare con Lui, che si faccia un Plasil direttamente in pancia, pochi minuti e si salvi chi può. Chi resisterà sarà evolutivamente il più idoneo a sopravvivere e a riprodursi per un’arnia migliore.


 
 
 

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