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X gatto convivente

  • pubblicato su Zac7
  • 21 dic 2013
  • Tempo di lettura: 4 min

Da un'ora fissa i leddini cinesi che si inseguono sull'albero, con le zampe sotto il petto, immobile. A qualcosa pure penserà, così inespressivamente malinconica. Ai lontani ricordi del precastramento? Al croccantino al coniglio scomparso dai banchi del Conad ormai da mesi? A Vito, rivale di divano, che fra un pò giungerà a interromperle il flusso di relax muovendole battaglia per la contesa del cuscino? Oppure a me, peloso bipede suo convivente, obbediente -chissà perchè, si chiederà- a qualunque suo istinto, compreso l'angolo di divano che ha deciso sia suo. X ha due anni e mezzo, con me altrettanti di convivenza intensa. D’inverno a contenderci il bracciolo del divano, d’estate a tenerci rispettosamente distanti, io dal suo pelo e lei dal mio. Interi pomeriggi o notti in silenzio io a fare cose, lei a guardare o a dormire, oppure io a dormire e lei a dormire. Ogni parto, tre volte, io c’ero, ostetrico mio malgrado di specie a me naturalmente aliene, gatta e femmina. A tenerle la zampa, come mi aveva ordinato con segnali netti e senza fraintendimenti agitandosi nervosamente per casa e miagolando frequenze dissonanti. Che la seguissi sotto il letto dove aveva deciso si sarebbe compiuto l’evento, disdegnando le cucce creative che le avevo apparecchiato per l’occasione su suggerimento di amici esperti. L’ho seguita per giorni, inebetito, guidare i suoi cuccioli all’esplorazione dell’intorno, segnalando gli impedimenti, i divieti e il perimetro del territorio - cioè casa mia - con gesti parsimoniosi e suoni netti, senza giri di verso, fronzoli e possibilità di scampo. Finchè un giorno, improvvisamente, aveva deciso che poteva bastare così, quanto doveva aveva dato. E altrettanto improvvisamente, fregandosene dei miagolii strazianti dei suoi stessi cuccioli, se ne allontanò, sollevando, ad un ogni occasionale incontro, una cresta di pelo sulla schiena che voleva dire: ora siamo pari. Tutti avversari allo stesso livello. Io torno a fare un pò di su e giù con vostro padre o con qualche altro dal maschio odore felino per sfornarvi altri fratelli, che però saranno solo per voi simili qualunque, nè più nè meno che perfetti sconosciuti. Tutto permesso, senza colpi bassi, sopravviva il migliore. Non che voglia escludere che anche X abbia sentimenti, solo che anche i sentimenti nel loro caso rispondono al naturale e sincero istinto di sopravvivenza. Con me, per dire, il patto funziona se la faccio stare bene, così che lei - essa-, un pò per gratitudine verso il nutritore, un pò per seduzione per garantirsene le grazie, un pò perchè la rilassa, quando le gira viene a fondersi di fusa su di me. Se così non fosse, se partissi per qualche anno lasciandola sul terrazzo, al ritorno, a meno di non consentirle di riprendere la nostra relazione da dove era stato interrotta, il sentimento svanirebbe appena il tempo di una nuova abitudine. Magari i primi tempi ci resterebbe male, non dico no, posso perfino immaginare che ne soffrirebbe, ma più per le abitudini che le negherei che per la mancanza del rapporto con me. Uno, dopo un pò, queste cose le capisce. La qualità della vita di X, almeno rispetto alle aspettative di vita che può avere una della sua razza, - che peraltro corrispondono precisamente a quanto necessario alla specie per garantirsi la sopravvivenza- è a conti fatti e tutto ricompreso, migliore della mia, diremmo quasi prossima all’ideale. Se ha fame, voglia di defecare, riposare, saltellare, accoppiarsi, uscire, rientrare, riposarsi non ha che da farlo o al massimo da chiederlo a chi è pronto a soddisfarla. In cambio di tanta dedizione non ha da dare nulla, nemmeno aprire la porta se dimenticassi le chiavi di casa, portarmi le pantofole o un osso che le lanciassi, una palla. Seppure la chiamassi alla finestra si limiterebbe a guardarmi dal vetro con annoiata curiosità, cercando solo di interpretare dal tono della mia voce cosa abbia, se fossi stanco, nervoso o incazzato per qualche sua iniziativa in mia assenza che lei sa bene contraria alle minime clausole di convivenza stabilite. O meglio che io mi illudo di imporre nella relazione, per quel rispetto minimo che pretende l’ospite da chi è ospitato, una bottiglia di vino per cena, una cacchetta centrata nell’apposito contenitore, un pasto composto nella ciotola comecristocomanda. Il massimo dello sforzo che mi ha concesso -ma solo i primi anni-, qualche cadavere di trofei di caccia sulla soglia, un piccione spennato, uno scarafaggio a pancia in su, un passero solitario sul suo terrazzo, che poi sarebbe mio - come mi affanno a volte a rammentarle, in quanto pagato da me-. Stasera per tornare a casa ho zigzagato fra i miei simili chiusi dentro le macchine di un immobile infinito serpentone di claxon, che guardavo imprecare muti appannando i vetri come tanti animaloni imbestialiti che esseri superiori avessero messo sottovetro. Addannati d’ansia per un faticoso rientro a casa dallo schizofrenico agitarsi prefestivo, per far contente le tavole imbandite del santo natale ormai prossimo. Aperta finalmente la porta di casa, ci siamo trovati l’uno di fronte l’altra. Lei mi ha guardato addrizzando le orecchie, umido di pioggerella, infreddolito, provato dallo stress del sottovetro, con la medesima curiosità annoiata di sempre. Poi è tornata a chiudere gli occhi, voltandosi su un fianco sul cuscino del mio divano, quello appunto che io ho comprato. Non ho potuto fare a meno di confrontare i nostri rispettivi universi tutto dato, intelligenza, evoluzione, pensieri, sentimenti e ansie per ricredermi ancora una volta sulla balla della razza superiore che ci hanno raccontato da piccoli.

 
 
 

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