La sera andavamo a Piazza XX
- pubblicata su Zac7 il 12.10.2013
- 10 ago 2015
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La sera andavamo a piazza XX. Non è un amarcord di Scalfari, solo una constatazione. C’è stato un tempo che se si usciva ci si vedeva in piazza, senza bisogno di telefonarsi, accordarsi, messaggiarsi. Come spostarsi in un’altra stanza di casa, la stanza degli ospiti alla quale un architetto bizzarro ha rimosso il soffitto.
La convivenza dentro lo stanzone si risolveva in crocchi e circoli separati, distinti per età, ceto e orientamento, ognuno perseverante sulla medesima porzione di selciato, come a ubbidire a un’invisibile assegnazione originaria. Che, sotto lo sguardo immoto del nero Ovidione, li spostava a poco a poco in un impercettibile rallenty, d’inverno a seguire e d’estate a evitare la parabola del sole.
A guardarlo dal corridoio del Corso, separato da una labile striscia lastricata in pietra che ne segnava rigidamente il limite, lo stanzone senza soffitto sembrava il set di una soap o di un reality, che si ripeteva, mutatis mutandis, uguale a se stesso alla moviola nei lustri.
A guardarlo dalla gradinata del Liceo, invece, negli interi pomeriggi di cellonismo endemico, la scena si ribaltava e in azione sul fondale del Corso sfilava l’interminabile processione di figuranti che a volte andavano su, a volte andavano giù.
I crocicchi in piazza da questa prospettiva mostravano i fondoschiena - in percentuale raramente apprezzabili - lasciandosi andare, nella distratta contemplazione dei figuranti a passeggio, ad animose conversazioni sulla qualunque, compreso il raro apprezzabile fondoschiena delle stazionanti più prossime.
Che accedevano in piazza con rito complesso, in età e in impellenza di ormoni sufficiente, solo se accreditate da frequentatori abituali, maschi tendenziosi o amiche già iniziate.
Strana come elezione di piazza preferita, quella dei sulmonesi. Senza una chiesa o un municipio che vi si affacciassero come in tutte le eredità medioevali, perimetrata solo dalle vestigia dei più recenti passati borghesi, già decaduti ma ancora a contendersi il privilegio dell’affaccio.
Ad altezza d’occhio, l’ultima borghesia novecentesca aveva piazzato i suoi avamposti: il vezzoso ristorante Italia sotto il Palazzo Dalle Palle, fiore all’occhiello della gastronomia tipica e del Rotary locale, sotto la floreale pensilina in ghisa consuntasi insieme alla classe sociale che ce l’aveva messa e che, a dispetto dello snobismo che l’aveva pensata, fungeva da indistinto ombrellone formato famiglia in caso di pioggia.
Il civettuolo Gran Caffè dei notabili cittadini, professoroni e politiconi di stampo liceale, e degli scapestrati giovinastri reclusi nel retro, impregnati del puzzo di fumo rancido e birre al biliardo o ai i giochi elettrici di ultima generazione.
A lato, svettante sulla piazza come una Torre Gemella, nelle dovute proporzioni, la longa manus della Finanza locale, la prestigiosa banca principale, inferta negli anni del boom alla piazza storica per spiare, nel suo anonimo griugiume, i movimenti dei fondoschiena più importanti giù di sotto.
A misurare il tempo il perentorio orologio del Liceo, che, come in un racconto di Poe, dettava, a prescindere se fossi o meno scolaro, l’ora delle ricreazioni, delle fuitine e degli accordi più o meno confessabili. Con l’inflessibilità del preside affacciato alla finestra sul suo cortile, a controllare, come estremo avamposto della piazza, chi fosse sfuggito allo sguardo dello scuro Sommo Poeta di spalle.
E, sopra tutto, stesa sul fondale come se ce l’avessero dipinta, la Madre Montagna, il rassicurante e incombente Morrone, azzurrino slavato di giorno, più nero del cielo di notte, ammorbidito di neve d’inverno, riarso e ostile d’estate. Che fa passare per pivelletto perfino Leopardi, con quella siepuccia e quell’ermo collicino a separarlo dall’Infinito, umiliando noi ai piedi della sua imponenza, a rassegnarci alla fede se davvero esista aldilà un altro qualsiasi infinito.
In quell’enclave protetta, come la mano di Mario Brega che poteva esse piuma e poteva esse fero, la piazza poteva rassicurarti nella sua clausura come soffocarti nella sua insistenza, deprimerti sotto quell’imponente massa di roccia, ardua da svalicare pure per una madonna che volesse scappare via una mattina di pasqua.
In ogni caso Piazzaventi era Sulmona come, da sempre, ogni piazza è la sua città, la sua stanza senza cielo preferita.
Ma un giorno, senza che nessuno sappia nemmeno risponderne a un turista incuriosito - se non liquidandolo con un improbabile: ci buttano il piscio dalle finestre -, Piazzaventi si è svuotata. O sarebbe meglio dire frantumata come in un big bang, sputando come detriti impazziti i frequentatori abituali in una parcellizzazione a casaccio, a un tavolinetto qualunque, in un angolo qualsiasi, sotto un balcone rimediato, davanti a un portone anonimo.
Separando gruppo da gruppo, giovani da vecchi, guardoni da professoroni, notabili da scapestrati e nascondendo, dopo la vergogna di Tangentopoli, gli ex potenti nel volgo della vasca serale. O nell’agorafobia della piazza Maggiore, troppo poco stanza sotto il cielo per funzionare da alternativa. Ai piedi dei più giovani rintanati sulla traballante terrazzina di S.Chiara, a ritagliarsi un angolo di stanza sacrificati come su un bus romano al rientro serale.
Una piazza non si impone, è o non è.
Come una città non finge, racconta che se non c’è più avamposto, non c’è più potere, non c’è più preside nè orologio a presidiare, nella schizofrenica frantumazione in un’indistinta passeggiata di figuranti, sia che ne siamo nostalgici o che la salutiamo come una sua naturale evoluzione, la piazza muore.