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Il buono e il forse

  • 10 ott 2015
  • Tempo di lettura: 4 min

A differenza dei sindaci, i papi, come i parenti, non si scelgono.

Che ci si affidi alla fumata bianca di un ristretto conclave di vescovi, ispirati nella sofferta decisione dallo Spirito Santo, è nelle cose. Ma che a differenza dei sindaci, i papi non si discutano - come sembrerebbero suggerirci le reazioni unanimi ad ogni minima critica al Sommo Padre- sta un po’ meno nelle cose. Vige se non una morale scritta, una sorta di tacita convenzione che associa la fede con l’umano agire di chi la rappresenta sulla Terra, per cui risulta sconveniente, se non addirittura irrispettoso, muovergli critiche; come se, appunto, discutendo l’operato del Rappresentante si offendessero tutti i credenti, o addirittura il credo. E’ una sorta di reminiscenza di riguardo dai tempi in cui era per editto blasfemo o addirittura eretico contraddire o discutere l’infallibilità del Santo Padre, tanto in materia di fede quanto nelle faccende temporali. Le quali, per inciso, essendo il papa per molti secoli anche imperatore, assorbivano la maggior parte del suo transito terreno. Ma se oggi la stessa Chiesa elegge un papa mentre è ancora in vita il predecessore dribblando il dogma dell’investitura a vita, - ammettendo poco implicitamente la possibilità di una svista del conclave nell’interpretazione dell’ispirazione dallo Spirito Santo-, viene messa in discussione l’infallibilità all’origine e, di conseguenza, anche la perfettibilità dell’operato papale perlomeno nelle umane vicende. Eppure il sentire universale che attraversa l’intero arcobaleno planetario, sembra non tenerne conto. Dei papi possono dire solo vaticanisti, biografi, intellettuali raffinati di un certo livello. E Bruno Vespa. Se poi il papa nello specifico è acclamato come “buono” (attributo riservato ormai solo ai papi), tale da prevedersi per lui già in vita l’odore di santità, il rispetto dovuto per consuetudine esige il riconoscimento incondizionato, che diventa tabù una volta che il pontefice, passato a miglior vita, venisse proclamato santo. Nessuno osa addentrarsi nell’indagarne difetti, errori ed intenzionalità tendenziose. Quasi che chi si incaponisse a cercare un pelo nell’uovo non dovuto, volesse in realtà svilirne la santità, colpire il credo e chi crede, indulgendo in vetero anticlericalismi oppure ubbidendo a strategie e complotti di poteri e lobby altre. Criticare gli istituti sacri annichilendone la spiritualità conduce ad un isterilimento dei valori, al rinnegamento delle nostre comuni radici per darla vinta al relativismo che ha corrotto la civiltà fino alla decadenza, denigrando senza distinzione fanti e santi. Nella categoria dei papi buoni già in vita, l’attuale si inserisce, fin dai primi passi, ai primi posti. Originale già nella scelta del nome, Francesco è maestro di spiritualità lontano dalle temporali inclinazioni dei predecessori, affabile, eccezionalmente umano, alla portata dei fedeli che chiama al telefono e bacia la domenica in piazza, come dell’ottico sotto casa dal quale fare un salto mediaticamente spammato per acquistare un paio di occhiali. Ma Francesco è anche irreprensibile castigatore di potenti planetari che scuote all’umanità, alla considerazione degli ultimi sempre più numerosi, dei profughi, perfino –anche se con qualche limite- dei diversi. Rivoluzionario fino a essere insignito dagli antichi avversari del titolo di comunista, non teme le frequentazioni dei demoni cubani d’un tempo, sotto le effigi degli antichi odiosi idoli comunisti, ormai ridotti a pittoresco fenomeno di consumo come una lattina di coca cola. Cosa si può rimproverare a un papa così? Nulla. E’ il papa giusto al momento giusto, esattamente quanto la Divina Provvidenza, nonostante l’iniziale svista del conclave suo interprete, sembrava suggerirci. Per questo nel guardarlo in videointervista rispondere sull’invito in America al sindaco Marino, si riaccende un trillo di sospetto, eredità di passati di contrapposizioni, quando più che buono un papa era innanzitutto raffinato stratega. Aldilà della puntualizzazione reiterata più di una litania, - Io non l’ho invitato- su cui un papa buono avrebbe potuto elegantemente sorvolare come su una qualsiasi defaillance diplomatica, è stata una fugace e impercettibile espressione del volto a incuriosirci. Per un attimo un ghigno appena accennato, quasi un dispettuccio o una frecciatina in diretta planetaria, la spintarella al predestinato in bilico sul baratro, lo sgambetto alla stampella di un claudicante. Possiamo dirlo? Stonato. Tanto da risvegliare il sopito cinismo del dubbio, che la bontà – dice un mio amico romano – è complimento per una rosetta, che i “buoni assoluti” – diceva Paolo Villaggio a proposito di Albert Schwartz – non esistono, sono persone normali con qualcosa da perdonarsi o da farsi perdonare. Che con l’iniziativa ecclesiastica la Provvidenza c’entra solo di rimando, che anche il papa, come ogni prodotto contemporaneo, obbedisce a opportunismi alla vigilia del Giubileo, a strategie da spin doctor che gli riaggiustano il tiro dell’ispirazione per inseguire gli umori della gente. Che tradizionalmente, meglio di qualunque altro potere temporale, la Chiesa da sempre sa annusare, anticipare ed inglobare, quando la crescita esponenziale del consenso dovesse vacillare.

Amen. O solo forse. Forse il ghigno sfuggito in video era solo un sorrisetto ammiccante di un papa buontempone, al quale piace ogni tanto sorprendere con degli scherzetti simpatici agli amici indisciplinati. Forse. Il dubbio per noi relativisti a corto di certezze, resta l’unica risposta.

 
 
 

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