Outing

Ciao a tutti, mi chiamo Antonio e oggi fa un mese che non mi faccio. Nessun aggiornamento. 30 giorni esatti che non apro Twitter, non mi caco notifiche di facebook, non rispondo alle mail di Linkediln, manco un accesso sulla russa di instagram o sulla tardona di meetic. Ho cliccato X sulle app dell’iphone e, per non correre il rischio di ricaduta nei momenti di astinenza, mi sono scancellato le password da ogni dove. Ho abbandonato la conversazione dai gruppi di what’s up, compreso quello dei nati nel 65 che mi tenevano compagnia notte e giorno con i trillini di benvenuto ad ogni nuovo adepto, e quello dell’ordine degli architetti che mi aggiornava sui crediti delle gite fuori porta di aggiornamento professionale. Scivolo l’indice sugli avvisi dei compleanni, a costo di essere rimosso dagli amici, tossici anche loro nel tunnel del mi piace, finiti a incazzarsi con chi salta un auguri e non gli mette mi interessa alla grigliata di domenica. Non ho cliccato su nessuna foto di vacanza, nessun faccione di pargoletto, nemmeno al suo primo bagnetto. Ho lasciato scorrere i selphie degli apericena al tramonto e, giuro, non so nemmeno dire chi è andato in vacanza dove e con chi. Fuori dal mondo. Ma ciò che è stato più duro eliminare sono state le notizie. Farsi di notizie è mio vizio da sempre, sono figlio di tempi analogici, allevato con il dovere della partecipazione e il disprezzo del qualunquismo. Cresciuto in mezzo agli impegnati, attorniato da compagnie votarole che passavano il tempo a fare distinzioni e mai a bestemmiare che la politica è un’opzione che sulle poltrone sono tutti uguali. Perdersi un fatto, saltare una dichiarazione o non prendere posizione significava stare fuori dalle cose e dalla discussione che se ne sarebbe generata, impossibilitato pure a rimorchiarsi una tizia qualunque che ti avrebbe chiesto da che parte stai. Ma ci sono riuscito. Ho smesso con le news, i twit, i post, i blog dei giornali on line, ho squagliato i tasti del telecomando dei canali con tg, ho cavato i fili dal decoder, ho azzerato gli abbonamenti alle paytv. Alieno alla community dei 63,6 milioni di utenti internet attivi del mio paese, dei 28,2 milioni di social. Come sto? Bene, non lo credevo ma se ne può uscire. Ogni sera prima di dormire ripeto a mantra il decalogo del rinsavito: Evitare le notizie, che tanto non sai mai se sono vere, finte o di Lercio. Astenersi dal dibattito che tanto non c’è. Perdersi gli accadimenti che mai diventano fatti, le evoluzioni che tanto non si evolvono. Sorvolare sulle opinioni soprattutto dei titolati a dartele. Lasciarsi non governare così com’è. Pochi contatti, selezionatissimi. Giusto un microcosmo non più grande di un quartiere, un progettello scherzoso come un'isola che non c'e' e che per questo almeno può ancora nascere. E arrivare alla fine, per gustarsi il finale che come un thriller scontato, già si sa. Ma poi un giorno, come un condomino assente per anni dalle assemblee condominiali al ritorno prova l’ebbrezza dello stesso ordine del giorno, del medesimo cornicione pericolante, della vendita del solito box comune, come in una soap degli anni 90 dove non accadeva mai nulla di significativo pure se ti perdevi 50 puntate, ho riacceso le connessioni, rinnovato le password, ricascato nel tunnel per due ore come al Sert per una dose di metadone. E provare a me stesso che potevo farcela. Per apprendere l’argomento di discussione del momento, la sindaca di Roma che ha fatto la spesa con la scorta. E' stato così che visto la luce, che per vederla bisogna scendere nel tunnel fino in fondo. Ho cliccato logout, scaricato un film pirata e mi sono sdraiato sul divano, libero dai sensi di colpa come il cactus che ha fatto il fiore fuori dalla finestra.